• Alessandro Gimelli & the OVERPASS - Via Richeri 33 17025 Loano SV Italy
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Alessandro Gimelli & the OVERPASS

Il caso ``Fino in fondo``

Il 21 giugno 2014, notte bianca a Loano, l’OVERPASS inaugurava la mia mostra più riuscita; dopo averla pensata per tre anni, “Fino in fondo” fu finalmente pronta per essere ammirata.

“Fino in fondo” si rivelò da subito un successo: la sera dell’apertura entrarono all’OVERPASS più di 200 visitatori e furono vendute più di 100 “istantanee” dei soggetti in mostra.
L’esposizione era composta da circa 200 finte istantanee con circa 50 soggetti ispirati ai modi di dire della lingua italiana legati al sedere più alcuni soggetti isolati, ma sempre inerenti il contesto; le fotografie erano apposte in maniera casuale e apparentemente disordinata su tutte le pareti dell’OVERPASS.

La mostra è rimasta aperta per tutta l’estate, addirittura trasferendosi al Giardino del Principe per una sera in occasione dello spettacolo di Alvaro Vitali, fino a quando, la mattina di domenica 7 settembre 2014, si presentarono all’OVERPASS due vigili del comune di Loano. Il motivo della visita era chiaro: rimuovere temporaneamente il pannello di fotografie esposte fuori dallo studio. Qualcuno si era lamentato definendo quelle fotografie “oscene” e “volgari” ed era necessario, anche per tutelare me e lo studio, far valutare al comandante della polizia municipale il contenuto del pannello. Dopo aver fatto notare che “in tv e sulle spiagge vedo e sento cose peggiori di quelle che mostrano le mie fotografie” rimossi il pannello, non prima però di scattare una fotografia da condividere su Facebook.

Inutile nascondersi dietro a un dito: “Fino in fondo” era una mostra goliardica, nata dall’intento di provocare e di far parlare di sé e l’obiettivo era ora raggiunto. Volevo dimostrare che soggetti “bassi” (in più di un senso) e popolari attirano l’attenzione più dell’arte e sembrava che “Fino in fondo” avesse fatto il suo dovere.

Ma non era finita qui.

Il pomeriggio di domenica 7 settembre fui chiamato da alcuni giornalisti mentre stavo fotografando un matrimonio tra Loano e Alassio; pare che ci fosse il rischio di aver violato un articolo del codice penale in materia di esposizione e vendita di illustrazioni pornografiche. La cosa in sé mi iniziò a preoccupare, ma arrivato a casa dal matrimonio, crollai per la stanchezza.

La mattina dopo mi trovai il telefono pieno di messaggi. Molti di essi mi invitavano a correre in edicola, e così feci: sulle locandine dei giornali si parlava molto di “Fino in fondo”, citata addirittura in qualche riga sulla prima pagina del Secolo XIX: obiettivo pienamente raggiunto.
Davanti allo studio amici e curiosi mi stavano già aspettando per sostenere la mia battaglia contro la censura: allora erano le mie foto, domani potrebbero essere le vostre poesie, le vostre canzoni o semplicemente come vi vestite e chi frequentate.

Verso mezzogiorno arrivò il comunicato del Comandante dei vigili urbani di Loano che, qualora ce ne fosse stato bisogno, smentiva chi pensava che i loanesi non fossero così bigotti e che si fosse trattato di un equivoco relativo all’occupazione del suolo pubblico:

Il Comando di Polizia Municipale ha ricevuto una segnalazione da parte di cittadini che abitano in Via Richeri. A loro dire, un fotografo che ha lo studio nella stessa via, esponeva una serie di scatti fotografici raffiguranti glutei di diverse persone il cui effetto era oltre che discutibile anche indecente, considerando – inoltre – che i cosidetti “carruggetti orbi”, parte del centro storico in cui si trova Via Richeri, sono da sempre luoghi di gioco di bambini e ragazzi e appariva sconveniente – a giudizio dei reclamanti – mostrare certe immagini ai minori. La segnalazione indicava che tali fotografie (formato “polaroid”) erano poste in vendita al prezzo di 1 euro. Gli Agenti di Polizia Municipale hanno documentato lo stato dei luoghi e hanno cortesemente invitato il fotografo – in via cautelare e preventiva – ad esporre il materiale fotografico solo all’interno del suo studio, demandando al Comando il compito di verificare se l’esposizione in strada delle fotografie integrasse la fattispecie contravvenzionale dell’Art. 725 del Codice Penale: “Commercio di scritti, disegni o altri oggetti contrari alla pubblica decenza” che prevede che “Chiunque espone alla pubblica vista o, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, offre in vendita o distribuisce scritti, disegni o qualsiasi altro oggetto figurato, che offenda la pubblica decenza, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 103 a euro 619”. Non sono state affrontate in questa sede questioni inerenti il suolo pubblico o l’imposta sulla pubblicità. Ora, esaminato il materiale e ricondotto lo stesso ad un’iniziativa di carattere artistico – sebbene sia estremamente difficile trattare giuridicamente la categoria dell’indecenza – ci si trova d’accordo con quanto ha dichiarato il fotografo: “in tv c’è di peggio” e a giudizio del Comando non ricorre l’ipotesi contravvenzionale sopra richiamata. A fronte di un intervento degli Agenti che si reputa corretto, in quanto guidato da un criterio di prudenza e di tutela verso le fasce deboli, ci si augura che il fotografo guardi a questo episodio come a un’occasione ulteriore di divulgazione del proprio lavoro. Per tutti – questa vicenda – è un’ulteriore occasione per riflettere sul delicato equilibrio che arte, innovazione, provocazione, esposizione di immagini del corpo umano devono mantenere se si desidera rispettare le altrui sensibilità, comprese quelle rispettabilissime dei reclamanti.

Giustizia era fatta.

Nei giorni seguenti moltissimi arrivarono all’OVERPASS per sostenere la causa e farsi fotografare con una delle foto di “Fino in fondo” in mano e addirittura i negozianti le esposero nelle loro vetrine. Il buon senso, l’arte, l’ironia e la voglia di non ripiombare nel Medioevo avevano avuto la meglio.

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